"Air – La storia del grande salto". Regia di Ben Affleck. Con Matt Damon, Ben Affleck, Viola Davis, Jason Bateman, Chris Messina. Nel 1984 un certo Sonny Vaccaro convinse la madre di Michael Jordan a firmare un contratto di sponsorizzazione con la Nike, un fatto apparentemente marginale ma che avrebbe condizionato il futuro dello sport e del marketing ad esso applicato. Di questo parla il film diretto da Ben Affleck, interpretato dallo stesso regista e dall’amico Matt Damon che è il vero protagonista nei panni (una sinfonia di orrende tonalità di beige) di Vaccaro. Ci sono molte eccellenti idee di regia e sceneggiatura, a cominciare dal fatto che Michael Jordan non si sente né si vede mai, è solo un’ombra (lunghissima) accanto ai suoi genitori. La madre è interpretata dall’immensa Viola Davis che ha troppe poche scene, peccato, ma la battuta migliore del film: “Una scarpa è solo una scarpa finché non la indossa mio figlio”. Non è un film sul basket o su Michael Jordan. Air è un film sul capitalismo, sul personal branding prima che esistesse il termine, ma anche sulla testardaggine e la solitudine. Proprio la solitudine degli uomini, intesi come maschi, così tragicamente comici nella loro smania di voler vincere sempre, voler vincere tutto.
"Il ritorno di Casanova". Regia di Gabriele Salvatores. Con Toni Servillo, Fabrizio Bentivoglio, Natalino Balasso, Sara Serraiocco, Bianca Panconi. Dico subito che ho un pregiudizio a favore nei confronti di tutti i film sul cinema o comunque dove il gioco tra realtà e (creazione della) finzione si intreccia di continuo, confondendo i confini. Qui, oltre al cinema, entrano nell’equazione anche la letteratura e, attraverso la letteratura, il mito di Casanova, già più volte raccontato nei film, a teatro, nelle canzoni e in molta letteratura. Quindi, ogni riferimento ne trascina un altro, ed è molto divertente, quasi un Sudoku delle citazioni. Salvatores prende il romanzo di Arthur Schnitzler Il ritorno di Casanova in cui il personaggio è crepuscolare, depresso, sempre più consapevole della prossimità della fine e dell’esaurirsi del suo potenziale seduttivo. In parallelo c’è un regista che sta girando il film tratto, appunto, dal Ritorno di Casanova che, ugualmente, attraversa un momento di crisi, di bilanci da fare, di somme da tirare. Giovani registi sono il nuovo che avanza, la vita sentimentale non può più essere ridotta a relazioni superficiali. Bisogna impegnarsi, bisogna diventare adulti, ma adulti davvero. I temi sono crudeli ma la realizzazione di Salvatores è leggera, aggraziata e, lasciatemi usare un aggettivo un po’ fuori moda, mozartiana.
"Finalmente l'alba", di Saverio Costanzo, con Lily James, Rebecca Antonaci, Joe Keery, Rachel Sennott, Alba Rohrwacher, Willem Dafoe. Per me il più bel film del 2023. In concorso a Venezia 80., è la storia di Mimosa, una ragazza semplice che fa la comparsa a Cinecittà nella Roma degli anni Cinquanta. Accetta l’invito mondano di un gruppo di attori americani e con loro trascorre una notte infinita. Ne uscirà diversa, all’alba, scoprendo che il coraggio non serve a ripagare le aspettative degli altri, ma a scoprire chi siamo. Saverio Costanzo torna alla regia di una sua sceneggiatura originale dopo il successo della serie L'amica geniale, di cui conserva l'approccio alle scene iniziali, e inizia con un "film nel film" che sottolinea la finzione del cinema. Segue poi l'omaggio con citazioni di Bellissima e la (magistrale) interpretazione di Carmen Pommella (reduce da L'amica geniale, oltre che da una lunga carriera teatrale) nei panni della madre di Mimosa, e poi una ricostruzione "kolossale" (ma con inquadrature alla Sergio Leone) di un "peplum" d'epoca egizia. Poi però la storia derapa verso un percorso vertiginoso che è un evidente omaggio proprio a La dolce vita felliniana, con il suo procedere dalle tinte e le proporzioni alterate dell'incubo (e che quindi ricorda anche il Fuori orario di Scorsese). Le interpretazioni giocano bene sul contrasto fra la finzione ostentata: la caratterizzazione alla Rita Hayworth di Lily James nei panni di Josephina, l'italiano stentato di Willem Dafoe in quelli dell'onnipresente Rufo, la legnosità da "matinée idol" di Joe Keery (ex Stranger Things) si contrappongono alla sincerità luminosa di Rebecca Antonaci nei panni di Mimosa, cuore emozionale del film, portatrice di autenticità in un mondo di contraffazione.
Per chiudere altri 2 film del 2023, assolutamente da non perdere.
Il primo è "Past lives", esordio di Celine Song, nata in Corea del Sud, ma poi emigrata con la famiglia in Canada e ormai residente da tempo a New York, negli Stati Uniti, dov’è diventata una commediografa riconosciuta. Il film è ispirato alla sua vita. Tuttavia, è trasfigurato in una sorta di viaggio sensoriale e spaziotemporale, filtrato dalla sfera intima. Mantiene sempre un tocco leggero e sognante, senza nulla togliere però alla profondità della dimensione introspettiva, anzi. Diviso in lunghe sequenze che sembrano come delle capsule, o astronavi ovattate, è anche un cinema d’ambiente, così come esiste la musica d’ambiente. Nora (Greta Lee) e Hae Sung (Teo Yoo) sono due ragazzi profondamente legati, ma a un certo punto la vita li divide radicalmente, come se in una storia di fantascienza – a cui la cineasta si richiama esplicitamente – ci fosse stata una frattura e due universi paralleli si incrociassero, generando in maniera del tutto imprevista una storia altra, una rottura netta rispetto alla linearità temporale conosciuta. Se si considera questo, la sequenza della parte iniziale, in cui i due protagonisti si salutano prendendo strade opposte – quella di lei tutta in salita – acquisisce un senso più sottile e profondo di quanto una metafora didascalica lascerebbe intendere a prima vista. Così come la melassa retorica o di maniera, in agguato perché la cineasta si muove su un filo molto sottile come un’equilibrista, è sempre evitata: fin dall’inizio, Nora e Hae Sung, ancora dodicenni, si dicono già in faccia le cose con una franchezza un po’ cruda. E già si percepisce l’ansia della riuscita e dell’oppressione sociale che, sottotraccia, attraversa un film dominato dalla dimensione intima.
L'altro è l'ennesimo capolavoro di un autore che stupisce sempre: Wim Wenders. Il titolo "Perfect days", che racconta di un umile addetto.alla pulizia dei cessi, le "giornate perfette" di Hirayama come una quieta affermazione di dignità quotidiana. L'uomo svolge il suo lavoro con gesti precisi ed essenziali, accogliendo l'occasionale contatto umano (anche nella forma anonima di una partita a tris proposta su un foglietto) con generosità e rispetto. Tutto in lui è rimasto analogico, come le musicassette che ascolta o la macchina fotografica i cui rullini vanno fatti sviluppare, e le fotografie vengono collezionate in scatole numerate che archiviano la nostalgia del tempo che passa. La concezione architettonica di Wenders incastona la figura umana in spazi ben squadrati e confinanti (a cominciare dal formato 4:3 che ad un certo punto diventa quello ancora più ristretto dell'inquadratura da cellulare), e in una Tokyo in cui il sole sorge (non a caso siamo nel Paese del Sol Levante") accompagnato dalla canzone perfetta (The House of the Rising Sun). La fotografia nitida e precisa di Franz Lustig accompagna il ritratto della serena e composta solitudine di un uomo che sa di appartenere ad un'altra epoca e che ha fatto pace con i suoi errori del passato. Koji Yakuso, che alcuni ricorderanno in Babel di Alejandro Inarritu ma anche ne Il terzo omicidio di Hirokazu Kore'eda o The Eel di Imamura Shohei, è lo straordinario interprete di questo film quasi muto che si snoda in purezza attraverso uno sguardo contemplativo ma mai artefatto. A lui l'Oscar quale migliore attore 2023. Ancora una volta: buona visione.
Per chi ama anche leggere di cinema e per chi crede che esso, nel bene e nel male, celi intenti gnostici una chiosa finale.
"Pillola rossa o pillola blu?" è l’arcinota domanda posta da Morpheus a Neo in Matrix. Il film è del 1999: quell’anno esce anche eXistenZ di Cronenberg, affine al capolavoro dei fratelli Wachowski per tematiche e atmosfere, che ci parla sempre di una realtà vera e una simulata. Al di là delle sfumature, a risuonare è sempre la stessa domanda: come facciamo a sapere che il mondo in cui viviamo è quello vero? I film escono a un anno dalla fine del XX secolo, rappresentandone in qualche modo l’epilogo. Il martoriato “secolo breve” delle ideologie opta così per una via alternativa, proponendo all’uomo una fuoriuscita dalla Storia: «Pillola rossa o pillola blu?». Che in Matrix significa: continuare a vivere in un mondo irreale oppure svegliarsi alla vera vita? Mobilitato dalle teologie politiche e dai totalitarismi, è ora l’uomo a dover compiere una scelta, secondo un retaggio che affonda le proprie radici in un passato molto lontano e che ci costringe a guardare alla Storia in modo radicalmente diverso. E tutto questo avviene nei prodotti cosiddetti “di massa”. Un paradosso? Fino a un certo punto.
Lo storico delle religioni Mircea Eliade ci ha insegnato a trovare nelle produzioni contemporanee patterns di tipo spirituale, tracce di archetipi che si manifestano periodicamente, spesso riemergendo nei modi più disparati e imprevedibili. È lo stesso intento che anima Pillola rossa o Loggia Nera? di Paolo Riberi, uscito per Lindau nel 2017. Il testo, che sonda la Settima Arte in cerca di tematiche gnostiche, presenti in film e serie tv a volte secondo una precisa intenzione dei registi, altre un po’ meno, riflettendo tematiche ben presenti nell’Inconscio Collettivo. La chiave di volta è l’idea che le vecchie teorie della gnosi si affaccino oggi sul grande schermo: «Dopo un conflitto millenario con il cristianesimo, questo antico pensiero religioso trova spazio in molte opere cinematografiche». Una mitologia nascosta – e nemmeno troppo bene – che si riflette in trame e personaggi, «raccontata in maniera approfondita e sistematica, utilizzando i moderni linguaggi della fantascienza, del noir, del fantasy e persino dell’horror».
Non che ciò sia appannaggio del cinema. Solo concentrandoci sulla letteratura “di genere”, impossibile ignorare le tracce gnostiche presenti nei romanzi di Philip K. Dick e nella trilogia cosmica di C. S. Lewis (Lontano dal pianeta silenzioso, Perelandra e Quell’orribile forza), con il suo sistema di divinità planetarie, così come in V per Vendetta di Alan Moore, che ha dichiarato: «Nel fumetto originale può emergere qualche sfumatura di gnosticismo». L’anarchia di cui si parla nel fumetto – parola di Moore – ha anche «un aspetto spirituale: ritenevo contenesse una grande carica di romanticismo, ed ero molto interessato all’occulto e alle idee gnostiche». Tra parentesi la sceneggiata è dei fratelli (sorelle) Wachowski.
Ma quali sono i principi fondamentali della gnosi, ereditati da film e serie tv?
In primis, l’esistenza di una pluralità di mondi e l’idea che il nostro sia una prigione custodita da un Demiurgo e dai suoi subalterni, gli Arconti. Se l’umanità ne è generalmente all’oscuro, diversamente vanno le cose per il prescelto gnostico, il quale, a seguito di rivelazioni ottenute spesso grazie a esperienze sovrannaturali, si risveglia al mondo vero, compiendo un cammino di liberazione interiore. Ecco i filtri usati da Riberi per elaborare un atlante della “gnosi pop”, una geografia alternativa che include alcuni tra i film più visti degli ultimi vent’anni: da Jupiter dei fratelli Wachowski a Dark City, da Donnie Darko a Ghost in the Shell, fino al visionario Eraserhead di David Lynch, dal “risveglio” degli androidi di Westworld allo stato sonnambulico di Jim Carrey-Truman (True man), ispirato al romanzo di Philip K. Dick Tempo fuor di sesto.
Ma il piatto forte del libro è sicuramente il capitolo dedicato alla temibile Loggia Nera che si affaccia nella sinistra cittadina di Twin Peaks raccontata da David Lynch e Mark Frost. Una sorta di non-luogo in cui esseri immateriali si spostano da un piano della realtà all’altro, insinuandosi nella mente degli ignari abitanti e costringendoli alle peggiori nefandezze, spesso utilizzando come medium elettricità o animali («I gufi non sono quel che sembrano» rivelava il Gigante al leggendario Dale Cooper, alter ego di Lynch stesso). Sono gerarchie di spiriti che ricordano (come ha scritto Roberto Manzocco nel suo purtroppo introvabile Twin Peaks e la filosofia) gli Arconti della gnosi. Si annidano nell’oscurità delle foreste, ma possono essere visti da personaggi dotati di un certo occhio interiore – come la “Donna Ceppo”, che parla per conto di un pezzo di legno. In Io vedo me stesso, Lynch ha rivelato trattarsi di una medium, e quel pezzo di legno altro non è che il suo “spirito guida”. Come sanno tutti i fan della serie, la cittadina di Twin Peaks è in balia di due luoghi onirici, la Loggia Bianca e la Loggia Nera (la “Dimora del Limite Estremo” ideata da Mark Frost, che s’ispirò agli studi di Dion Fortune), abitata da uno spettrale nano che danza e parla al contrario e dai doppi dei protagonisti. Sono luoghi nei quali si può entrare attraverso varchi spazio-temporali aperti nei boschi che circondano Twin Peaks, e da cui escono oggetti (come il terribile anello di Fuoco cammina con me, prequel della serie), oppure animali e spiriti, appunto.
Ma Loggia Bianca e Loggia Nera sono precedute da una Stanza Rossa: per chi abbia dimestichezza con l’Alchimia, inutile segnalare come questi siano i colori che simboleggiano i tre stadi dell’Arte Regia, nigredo, albedo e rubedo… Nella prima fase – l’Opera al Nero, la Notte dell’Anima che folgorò Carl Gustav Jung – avviene la dissoluzione dell’individualità, la disgregazione delle certezze. Ebbene, nella Loggia Nera ogni personaggio incontra la propria parte oscura – l’ombra, direbbe sempre Jung. Con la quale occorre riconciliarsi. Parola di David Lynch: «Raggiungere lo spirito divino attraverso la conoscenza della combinazione degli opposti. È questo il nostro viaggio». Interpretazioni azzardate? Basterebbe dare un’occhiata al curriculum dei due registi di Twin Peaks… David Lynch pratica la Meditazione Trascendentale, creata e portata in Occidente da Maharishi Mahesh Yogi (il guru dei Beatles, per capirci). Una pratica non priva di legami con le sue varie attività, come ha rivelato lui stesso: «Il programma di Meditazione Trascendentale che pratico da anni ha svolto un ruolo fondamentale per il mio lavoro nell’ambito del cinema e della pittura e di ogni sfera della mia vita; è stato un modo per immergermi in acque sempre più profonde».
Parola di un gigante del cinema.
Ah, dimenticavo. C'è anche qualcosa da non vedere: Borderlands (uscito in questi giorni) che è un insulto ai gamer, a chi ama il cinema, e a tutte le forme di vita organica. Si potrebbe dire che questo è semplicemente il peggior film tratto da un videogioco di sempre, ma anche così non sarebbe abbastanza. E di mezzo ci va pure la (brava) Cate Blanchett. Il livello di qualità dei film tratti dai videogiochi è sempre stato incredibilmente basso, e il motivo per cui queste trasposizioni da schermo a schermo siano così difficili da realizzare è un argomento per un altro giorno. Borderlands non soffre solo delle solite difficoltà nel trasportare qualcosa di enormemente popolare da un medium all’altro, sperando che la maggior parte degli elementi amati e vitali non si perda nella traduzione. È, senza mezzi termini, un terribile spreco di tempo, talento e pixel. Neanche il piacere di vedere Cate Blanchett roteare pistole e fare a botte riesce a salvare questo film.