Martedì, 19 Maggio 2026 10:25

Consulenza d’immagine: a cosa serve davvero, al di là dei luoghi comuni In evidenza

Scritto da reds

Una mia cara amica, qualche mese fa, è arrivata al primo appuntamento per una consulenza con una frase oramai molto comune: “Ho l’armadio pieno e non ho mai niente da mettere.”

Faceva l’avvocata, 46 anni, stipendio dignitoso, e prima di decidersi a rivolgersi ad un professionista, mi ha mostrato il telefono con le foto di tre acquisti dell’ultimo mese un blazer Massimo Dutti color cammello, un paio di mocassini Geox e una camicia di seta presa in saldo da Coin a Milano.

Tutti e tre ancora con il cartellino.

Il blazer in particolare le piaceva tantissimo, lo guardava con quell’espressione un po’ frustrata di chi sa di aver fatto la scelta sbagliata ma non capisce dove.

Ed era una scelta sbagliata: il cammello su di lei spegneva tutto, e il taglio dritto le accorciava le gambe di una decina di centimetri visivi.

Però era bellissimo, eh. Su un’altra persona sarebbe stato perfetto.

Ecco, la consulenza d’immagine almeno per come la intendo io nasce esattamente da lì.

Non da una passerella, ma da quel momento un po’ assurdo in cui ti accorgi di aver speso 400 euro per non indossare niente.

Il punto non è la moda

Un buon percorso non ti dice “quest’anno si porta questo”.

Ti aiuta a capire cosa funziona su di te, perché funziona e in quali contesti. La moda cambia umore ogni sei mesi; il tuo corpo e il tuo lavoro hanno tempi più lenti.

E qui mi prendo la libertà di dire una cosa che nel settore non tutti amano sentirsi dire: rincorrere i trend senza criterio è il modo più veloce per buttare i soldi.

Anche quando il capo è oggettivamente bellissimo.

Se non dialoga con la tua fisicità, con i tuoi colori, con il resto del guardaroba, finisce dentro alla categoria silenziosa dei “lo metterò prima o poi”. Spoiler: di solito no.

Faccio un esempio che vedo continuamente.

Negli ultimi due anni sono tornati i pantaloni a vita molto alta e gamba larghissima.

Bellissimi sulle modelle alte un metro e ottanta, fotografati su Pinterest in luce dorata, eccetera eccetera.

Però se sei alta un metro e sessanta con bacino largo, quel pantalone ti accorcia, ti appiattisce e ti rende goffa e nessun filtro Instagram ci può fare niente.

Cosa c’entra il benessere

Quando sai come vestirti, riduci la fatica decisionale del mattino.

E quella fatica, sommata nel tempo, pesa più di quanto sembri sull’umore, sull’energia che porti al lavoro, persino sul rapporto con lo specchio.

C’è anche un filone di ricerca su questo, la cosiddetta enclothed cognition, che mostra come i vestiti influenzino non solo come ti vedono ma anche come pensi e ti comporti tu.

Detto in modo meno solenne: un paio di scarpe sbagliate al mattino può rovinarti una riunione.

Aggiungo una cosa che dico spesso e che fa storcere il naso a una certa parte del femminismo “comodo a tutti i costi”, a cui peraltro per molti versi appartengo anche io: vestirsi bene non è un dovere sociale, ma è una forma di cura.

Diversa dal rossetto, diversa dalla manicure, però della stessa famiglia.

Non sto dicendo che chi gira in tuta tre giorni di fila stia trascurando sé stesso a volte è proprio quello di cui hai bisogno, e benedetta quella tuta.

Sto dicendo che quando una persona sistema il proprio rapporto con il guardaroba, di solito sistema anche altre cose.

Non perché i vestiti siano magici, ma perché la cura è un’abitudine che si propaga.

Hai presente quelle settimane in cui inizi a dormire meglio e all’improvviso ti accorgi che bevi anche più acqua, esci di più, rispondi prima ai messaggi?

Ecco, è uno di quei movimenti lì.

Una seconda storia, perché una sola non basta

Visto che parliamo di benessere, voglio raccontarne un’altra, perché altrimenti queste cose suonano sempre un po’ astratte.

Un anno fa ho conosciuto una nuova collega, chiamiamola Francesca, anche se non si chiama così, quarantotto anni, due figli adolescenti, separata da poco.

Mi ha detto una cosa che mi è rimasta in testa: “Mi vesto come la madre che ero cinque anni fa, e quella madre lì non esiste più.”

Aveva l’armadio pieno di tuniche blu navy, cardigan beige, jeans dritti molto comodi.

Cose oneste, niente di sbagliato in sé, però - e qui sta il punto - non le rappresentavano più.

Lei nel frattempo aveva cominciato a fare yoga, aveva cambiato lavoro, era tornata a uscire la sera.

Solo che continuava a vestirsi per una vita che non viveva più.

Ha quindi deciso di fare un piccolo restyling, ottenendo però risultati spettacolari.

Ha buttato via, letteralmente, un sacco della spazzatura con quattordici capi.

Ne ha poi comprati sei. Sei.

Una camicia bianca strutturata, due paia di jeans con un taglio più alto in vita, una gonna midi color ruggine (colore che lei detestava in teoria, e che invece sul suo incarnato funzionava benissimo), un blazer nero corto, un paio di stivaletti bassi.

Tre mesi dopo mi ha mandato un messaggio: “Mi guardano di nuovo per strada, e la cosa strana è che non me ne importa, ma mi piace sapere che succede.”

Te lo racconto perché di solito è così che funziona: non un prima e dopo, ma un piccolo riallineamento tra come vivi e come ti presenti.

Sulle persone che dicono “io non ci tengo all’apparenza”

Faccio una digressione, poi torno in carreggiata.

Ogni volta che qualcuno mi dice “io non ci tengo all’apparenza” io annuisco e penso: certo, e infatti questa mattina hai impiegato venti minuti a scegliere cosa metterti per non sembrare uno che si è messo qualunque cosa.

Non lo dico per cattiveria.

Lo dico perché “non tenerci” è una posizione esteticamente attiva tanto quanto “tenerci”.

Sono entrambi messaggi.

La maglietta sformata, le sneakers consunte a regola d’arte, la camicia volutamente stropicciata sono codici, e codificati piuttosto bene.

Steve Jobs col dolcevita nero non si vestiva “per non vestirsi”, si vestiva per dire una cosa molto precisa.

Il problema non è quindi se ti vesti per comunicare qualcosa (lo fai comunque, anche se dormi vestito), ma se quel qualcosa coincide con ciò che vorresti dire davvero.

La consulenza d’immagine serve proprio a chiudere questo scarto.

E paradossalmente le persone “che non ci tengono” sono spesso quelle che ne traggono di più, perché una volta capito il loro stile arrivano a una specie di uniforme personale che toglie loro il pensiero per anni. Non è poco.

Consulenza d’immagine e personal shopper

C’è una confusione frequente tra le due cose.

La consulenza d’immagine lavora sull’analisi colori, silhouette, stile personale, identità visiva.

Il personal shopper entra nella fase operativa, quella dell’acquisto.

Si integrano bene, ma non sono la stessa figura: un po’ come un architetto e un capocantiere.

Se vuoi capire meglio la parte pratica, c’è una guida su cosa fa un personal shopper che spiega bene il perimetro del servizio.

Una brava consulenza non serve a riempire buste, serve a ridurre gli errori.

A chi serve

Non a chi “vuole essere più bello/a”.

Serve a chi fa shopping d’impulso e poi se ne pente, a chi ha capi belli ma non sa abbinarli, a chi cambia idea sul proprio stile ogni stagione, a chi si veste per nascondersi, a chi sente che la propria immagine è rimasta ferma a una versione vecchia di sé.

Ne aggiungo un’altra categoria, che spesso viene sottovalutata: le persone che hanno cambiato corpo.

Una gravidanza, una perdita di peso importante, una malattia, la menopausa.

Il guardaroba di prima non funziona più, ma comprare tutto da capo fa paura sia per i soldi, sia perché vuol dire ammettere che qualcosa è cambiato per davvero.

Lì il lavoro non è solo tecnico, è anche un piccolo accompagnamento emotivo.

Devo dire che sono i percorsi in cui imparo di più anche io, ogni volta.

L’errore più comune

Quasi tutti arrivano aspettandosi la trasformazione da reality. Non succede.

Succedono cose più piccole: un pantalone che cade bene, un colore che rilassa il viso, una giacca che struttura senza irrigidire.

Cambiano il modo in cui ti muovi senza che tu te ne accorga subito.

L’altro errore, meno raccontato ma altrettanto frequente, è il contrario: arrivare convinti che “tanto su di me non funziona niente”.

Di solito sono persone che hanno fatto due o tre acquisti sbagliati grossi e ne hanno concluso che il problema sono loro.

Non è quasi mai così. Il problema sono stati i capi, o il momento, o il negozio, o tutte e tre le cose insieme.

Trovare un capo che funziona davvero su qualcuno è anche una questione di pazienza, di provare cose che a prima vista scarteresti.

Una mia amica ha scoperto a 52 anni di stare benissimo con il giallo senape, dopo averlo evitato per tutta la vita “perché il giallo non sta bene a nessuno”.

Le bastava un sottotono caldo nella pelle che nessuno le aveva mai fatto notare.

Sul portafoglio (e qui faccio una piccola divagazione)

Sembra un paradosso ma spendere in una consulenza fatta bene ti fa spendere meno dopo.

Meno doppioni, meno resi, meno acquisti consolatori del venerdì sera che poi, per inciso, sono il vero buco nero dei budget personali.

Ho visto persone con stipendi importanti spendere in modo molto più caotico di persone con stipendi normali, e la differenza non era quasi mai la disponibilità: era la chiarezza.

Sapere cosa cerchi taglia metà delle spese inutili.

Aggiungo un numero a spanne, preso con beneficio di inventario: tra le persone che conosco e che hanno deciso di intraprendere questo percorso da almeno un anno, quasi tutte mi dicono di aver ridotto la spesa annua in abbigliamento tra il 20 e il 40%.

Non perché abbiano smesso di comprare, ma perché hanno smesso di ricomprare le stesse cose tre volte sperando che la quarta funzionasse.

È un dato aneddotico, non uno studio, però è molto coerente da una persona all’altra.

Tornando al punto: oggi la consulenza d’immagine non interessa più solo a chi cerca un’estetica curata, ma anche a chi vuole semplicemente smettere di litigare con il proprio armadio.

Che poi, alla fine, è una richiesta abbastanza ragionevole.